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Letto su: Gesù è Vivo Scheda |
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Come si canta insieme Quando ci si riunisce in preghiera, si realizza tra i partecipanti un continuo scambio di doni e gioie. Ogni piccolo gesto, ogni atto elementare, si trasforma in gesto assembleare, dando pieno significato attuativo al mistero di Cristo, il quale ci ricorda che… dove sono due o tre riuniti nel suo nome, lì è anch’egli presente. La sua straordinaria partecipazione ci fa scoprire nuovi confini affettivi: non più il microcosmo dell’Io, ma il Tu dell’altro, che si concretizza nel fratello o nella sorella che si ha al proprio fianco. Tuttavia, senza lo Spirito del Signore, le distanze tra i partecipanti rimarrebbero inalterate, anzi verrebbero aumentate vertiginosamente dal rispetto umano e dalle proprie ed altrui debolezze, mancanze ed inesperienze. Alla base di un incontro riuscito, che porti ad ottenere una reale promozione spirituale, vi e la comunicazione interpersonale. La comunicazione è il mezzo più potente per stimolare l’altro incoraggiarlo, aiutarlo a crescere, e ad esprimersi al massimo del suo potenziale. Attraverso lo stare insieme, occorre raggiungere dapprima una sintonia umana e spirituale, per poi prendere in considerazione quella canora. Le parole ed i gesti divengono, quindi, strumenti che ci permettono di ricevere sensazioni positive, con contenuti emotivi e spirituali che trascendono l’immediato stare insieme.
Tecnicamente, all’interno di un gruppo di canto, composto da ragazzi, spesso coetanei, uniti nell’intento di cantare e suonare al Signore (ma che non possiedono ancora una guida/animatore), la comunicazione raggiunge quella che in psicologia si chiama l’interazione simmetrica , caratterizzata dall’uguaglianza e dalla minimizzazione delle differenze tra gli interlocutori. Il Pastorale, in questi casi, deve proteggere il gruppo, farlo crescere, non far pesare insuccessi, defezioni o piccole rivalità; deve comportarsi, in parole povere come un "buon padre di famiglia".
Quando si suona in assemblea, la gratificazione non sta nel suonare i canti che "piacciono", ma nel vedere che l’assemblea risponda a quanto proposto. Anche un valente musicista o vocalista può non essere adatto all’animazione, se propone solo le proprie cose. E’ importante avere conoscenze musicali adeguate, ma è più importante donarle ad altri senza salire sui "piedistalli".
E’ preferibile sempre iniziare con proposte semplici, anche se a volte il coro ha l’impressione di cadere nel monotono. Pur avendo il coro, fra gli altri, il compito specifico di proporre canti nuovi all’assemblea- canti che comportano fatica di apprendimento, da parte del coro, e di insegnamento, all’assemblea stessa, tuttavia i canti nuovi non possono essere imposti: l’imposizione non viene da Dio. Il coro infatti, deve rispettare il tempo d’apprendimento del canto proposto, che varia da assemblea ad assemblea e da canto a canto. Il coro ha il dovere di: Dedicare un tempo per le prove (che divengono una necessità anche perché si devono scaldare le voci); Aiutare l’assemblea ad assimilare i canti adatti, senza spacciare i propri gusti per esigenze irrinunciabili.
Senza questa verifica interna si suona e si canta spesso a vuoto, senza solidarietà. Se manca il clima di solidarietà ne pagano le conseguenze in primo luogo le voci soliste, che solo apparentemente cantano "da sole"; le voci portanti dei vari timbri (i soprani, i bassi, i tenori, i contralti), accusate, spesso ingiustamente, di aver accentuato troppo la loro parte, e quindi di essere rimaste troppo distaccate. Si ritorna al discorso della comunicazione: anche se il solista canta, è comunque tutto il coro a partecipare ed è indispensabile che ci sia l’appoggio e la stima di tutti. Per evitare personalismi, si possono pensare delle alternanze di voci (le più consone per i canti eseguiti), anche per dare all’assemblea un senso di partecipazione più ecclesiale, ad immagine di una comunità completa. E’ compito di tutti saper utilizzare la propria voce con studio e applicazione continua, al fine di "tenere la nota", di espandere la propria estensione canora, di evitare voci in falsetto, di saper colorare le melodie con maggiore o minore trasporto ove ci sia la necessità di dare enfasi all’immagine musicale che si sta eseguendo. Così anche il microfono e l’amplificazione non devono essere considerati "scatole nere", misteriose. Sapere come funziona il microfono, conoscere la sua dinamica di captazione del suono, la relativa distanza di lavoro, come lo studio dell’acustica, è di fondamentale importanza per una corretta amplificazione. Oggi è possibile usare microfoni diversi a seconda delle voci e degli strumenti, microfoni "su misura" del proprio timbro vocale, senza un notevole aggravio economico nell’acquisto. La voce rappresenta lo strumento musicale più bello, armonicamente il più prezioso: cerchiamo di mettere a frutto, nel migliore dei modi, il dono di cui il buon Dio ci ha gratificato. Liberamente Tratto dal periodico della coop. del canto e della musica del R.n.S."Teru-ah" |
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